Parcheggio l'auto, è tardi e sui tacchi barcollo, la serata è stata divertente ma sono stanca. Un unico miraggio, il letto. Mi incammino verso casa, le chiavi in mano, la testa bassa, i pensieri confusi su questo e su quello, quando all'improvviso lo sento: da lontano, come un richiamo flebile nel silenzio della notte, un refolo profumato di mare si è fatto largo attraverso la tenuta di Castel Porziano, o la Cristoforo Colombo, o la pineta di Ostia, ed è arrivato fino in città. Eccola nell'aria, quindi, arriva. La bianca, la luminosa, la lenta, la sudata.
L'estate
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Questo è ciò che direi, accogliendo l’invito di @fulviaperillo a spegnere i pensieri razionali, a chiudere gli occhi e a farmi volare su dal cuore parole e immagini che mi evochino l’estate. Come un imprinting, come una foto nell’anima. L'invito è scaduto, ma i miei pensieri eccoli qui lo stesso.
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Le mie estati bambine erano lunghissime, come un’immersione in un’altra esistenza, in un universo in cui molte delle regole abituali svanivano, così, in silenzio, senza che un adulto si sforzasse ad annunciarlo. Niente più sveglie al mattino, niente più orari se non per il bagno al mare dopo la colazione, i lunghi giochi tra la sabbia. Il nulla cosmico della controra, in cui gli adulti facevano sieste estenuate di ventagli e zanzare e noi piccoli abitavamo giochi silenziosi e segreti.
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Poi arrivarono le estati giovani delle gonnelline corte e svolazzanti, i mojitos e i bagni a mezzanotte. Ma anche viaggi programmati in sapienti inverni universitari, viaggi di scavi archeologici, di musei e di mare.
Fidanzati che in genere, insediatisi nei mesi lavorativi, non sopravvivevano alla prova dell’estate, ai suoi tempi, alle sue vicinanze, ai suoi esercizi di pazienza.
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L'estate mi ha anche portato mio figlio, vero Leone, e ho ritrovato palette, secchielli, formine e portapranzo, e sonnellini sotto l'ombrellone, e salvagente variopinti, e poi libri letti insieme sui teli da spiaggia, palle di sabbia, tuffi dalle spalle di papà e molte altre cose meravigliose.
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Non tutte le mie estati sono state però fatte di creme solari e foulard di seta drappeggiata. Forse non tutti sanno, per loro fortuna, che i tempi di malessere danno i loro morsi peggiori nei mesi più caldi. Se hai un lutto, sei vivi nelle stanze buie della depressione, l’estate è un deserto inaccessibile. Tutto è nudo, d’estate. Sei nuda tu con i tuoi limiti e i tuoi difetti più evidenti, è nudo il tuo giorno degli impegni quotidiani che ti scandivano le ore e ti tenevano in vita. È nudo anche il dolore, che brucia sotto la pelle bruciata dal sole, mentre il mondo ti sbatte in faccia le sue discoteche e la sua allegria e i suoi amori e manco ti vede. Tutto è asfissiante, d’estate. E accecante di una luce che non serve a illuminare, a chiarire dubbi e angosce, ma solo a farti sentire ancora più fragile e senza risorse. Non hai le energie (e spesso nemmeno i soldi) per organizzarti una vacanza per tempo, l’estate arriva e ti trova lì, rintanata come un animale ferito che vorrebbe solo andare in letargo. E il pensiero di attraversarla ti sembra oltre le tue possibilità.
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Ho passato anche stagioni così e solo il pensiero dello sfinimento da mare e da sole mi dava un senso di oppressione intollerabile. Come ho raccontato molti mesi fa in un post, è stata la montagna a salvarmi. Una scoperta determinante, di nuove possibilità, di nuove energie.
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